People walk by the New York Stock Exchange in New York's financial district March 11, 2014. REUTERS/Brendan McDermid
Azioni

I tassi a lunga scadenza possono minare l’equilibrio del mercato

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Dicembre 2021 è stato caratterizzato da volatilità e incertezza, ma i mercati hanno chiuso positivamente grazie a due mantra: le società quotate hanno continuato a macinare utili e i tassi di rendimento sull’obbligazionario sono rimasti desolatamente bassi, rendendo l’azionario l’unica alternativa per avere qualche guadagno.

Il 2022, tuttavia, non è iniziato con il piede giusto. Le aspettative di normalizzazione della Fed e delle banche centrali più importanti hanno causato un forte rialzo dei tassi obbligazionari (+37 bps il decennale Usa), e i titoli ad alto rapporto P/E, soprattutto del comparto tecnologico, hanno portato un certo nervosismo sull’azionario (S&P 500 -1% YtD, NASDAQ -9% YtD, STOXX Europe 600 -2% YtD).

Ma neanche i rialzi di dicembre sono stati esenti da controversie. Secondo Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, la performance complessiva molto positiva del 2021 “ha nascosto numerose divergenze e molti osservatori hanno commentato con preoccupazione la sottoperformance delle società più piccole rispetto ai colossi che trainano il mercato”.

Performance divergenti

La politica monetaria super espansiva è stata messa sul banco degli imputati perché colpevole di aver distorto il mercato e favorire le “mega corporation”, tuttavia la visione di Moneyfarm è leggermente diversa. La sottoperformance delle società più piccola, scrive R.Flax in una nota di ricerca, “è perfettamente coerente con lo scenario che si sta materializzando in queste settimane per diversi motivi”.

“Prima di tutto, le società più grandi hanno, a nostro avviso, un maggiore pricing power sui consumatori e possono resistere meglio all’inflazione, dato che operano indipendentemente da quarantene e restrizioni; in secondo luogo, il rialzo dei tassi d’interesse per ora impatta poco sulle società quotate, caratterizzate da un merito creditizio molto alto e da livelli di indebitamento più bassi rispetto al passato”.

Per il Cio della società di consulenza londinese, la politica monetaria restrittiva impatterà “molto di più su quelle società super growth, magari non ancora a break even, che dipendono molto dal costo del denaro per continuare a crescere”. Mentre le società più piccole, maggiormente legate all’andamento dell’economia reale, “non hanno beneficiato del rallentamento subito dal piano fiscale di Biden da circa 2 trilioni di dollari, poi ridotto a 1,75 trilioni, che ha rafforzato le argomentazioni per una normalizzazione dei tassi nel 2022”.

Pericoli dalla scadenze più lunghe

Un ulteriore spunto di riflessione arriva dal fatto che l’azionario americano Equally Weighted (dove tutte le società dell’indice sono pesate allo stesso modo indipendentemente dalla dimensione) ha performato bene quasi quanto quello pesato per la capitalizzazione di mercato.

Questo, spiega Flax, “indica una performance azionaria solida e ampia, dove non sono state poche società grosse a guidare i guadagni, ma tutti i comparti hanno partecipato in egual misura ai rialzi”. Ed è altrettanto interessante che, a livello globale, l’indice standard ha sovraperformato l’indice equipesato, “a riprova dell’anno straordinario per l’azionario a stelle e strisce”.

Secondo l’esperto di Moneyfarm, “non è tanto la parte breve della curva dei tassi d’interesse (più direttamente influenzata dalla FED) a mantenere l’equilibrio su cui si muovono gli investitori, quanto la parte più lunga”, e l’inizio dell’anno ha mostrato proprio questo punto. “Lo strappo al rialzo dei tassi d’interesse nella prima settimana del nuovo anno ha riportato un certo nervosismo sull’azionario, mostrando quanto sia delicato l’equilibrio su cui ci stiamo muovendo”.

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